Scuola pubblica, scuola seria


#1

"Progetto di riforma scolastica focalizzato sulle seguenti tematiche:

  • Eventuale innalzamento generale degli obiettivi minimi di apprendimento attraverso la reintroduzione di programmi scolastici rigorosi e vincolanti
  • Riflessione sul concetto di autonomia scolastica: il Comitato Scuola Possibile ritiene che questo Paese possa superare le criticità di carattere socio-economico solo rendendo omogenea ed equa l’offerta formativa
  • Superamento del concetto di scuola-azienda gestita da un dirigente inevitabilmente condizionato da uno sparuto numero di famiglie
  • Riflessione sulle competenze digitali e sull’alternanza scuola-lavoro"
    Comitato Scuola possibile di Genova

Educazione Civica obbligatoria nelle Scuole
#2

Da insegnante (di scuola superiore) rimango un po’ perplessa di fronte al primo punto della vostra proposta. Credo che reintrodurre programmi “rigorosi e vincolanti” servirebbe soltanto a far ritornare la scuola un luogo in cui si dispensa un sapere chiuso, unidirezionale, definito dall’alto (insegno storia e vedo i guai che in certi Paesi europei - l’Olanda, ad esempio, che sta facendo passi da gigante all’indietro, per non parlare di gran parte dell’Est Europa - producono programmi rigidi, generalmente intrisi di nazionalismo). Sono convinta invece che l’innalzamento generale degli obiettivi minimi di apprendimento debba passare da un rinnovamento metodologico, orientato verso lo sviluppo di competenze trasversali e disciplinari. Ciò non significa trascurare le conoscenze, bensì mediarle con più efficacia insieme alla consapevolezza che si tratta comunque di qualcosa di aperto, in continua trasformazione.
Maria Laura Marescalchi - Modena Possibile


#3

Sono d’accordo con questa puntualizzazione; una ridiscussione del carico e degli obiettivi formativi dei giovani non può non essere affiancato da una profondissima discussione sull’ambito metodologico. Credo sia indispensabile una ridiscussione della didattica e dell’approccio educativo.


#4

Sono d’accordo con le tematiche enunciate e al superamento del concetto scuola-azienda e ritengo che la scuola debba essere maggiormente finanziata, non finanziando la scuola privata che, quella si, è un’impresa vera e propria. L’offerta formativa dovrà essere adeguata alle esigenze del mondo del lavoro e consentire una scelta dell’iter scolastico rispetto agli sbocchi professionali.


#5

Credo che oltre alle cose da voi scritte, condivisibilissime, debbano anche esser presi in considerazione due concetti, per me fondamentali ed innovativi, che è ora vengano inclusi formalmente nell’offerta formativa delle scuole. Ovvero il tema d’insegnar nell’ora di religione molteplici credenze e non più una sola, dando più senso logico all’ora settimanale (che se incentrata sul cristianesimo, in uno stato laico, poco c’azzecca secondo me) ed il tema dell’educazione sessuale, troppo spesso ignorato ed insegnato in poche e rare occasioni, a giudizio dei singoli insegnanti.


#6

Nella scuola media di mio figlio questo avviene già e nell’ora di religione vengono spiegati i diversi credi.
Per l’ora di educazione sessuale su cui sono favorevolissima all’inserimento come materia obbligatoria (siamo indietro di decenni rispetto ad altri Paesi UE) bisogna fare attenzione alle famiglie e a numerosi insegnanti. Ho impiegato due anni per far accettare questa materia nel comprensivo di mio figlio, ma adesso viene regolarmente insegnata da personale esterno alla scuola in quinta elementare, seconda e terza media, In prima media il ciclo di lezioni è incentrato invece sul bullismo. Attualmente il corso viene pagato con i contributi ‘volontari’ che versano i genitori all’iscrizione…
Come docente universitario, mi permetto di confermare cio’ che la stampa sta scrivendo in questi giorni, ovvero che i ragazzi arrivano all’Università non sapendo scrivere correttamente, non hanno capacità di sintesi…Non riesco a capire se dipende dalla volontà degli studenti o degli insegnanti o entrambi, sicuramente il Dirigente scolastico puo’ influenzare molto le attività scolastiche…

E’ necessario trovare fondi per le scuole, altrimenti è inutile parlare di qualsiasi progetto.
I dirigenti scolastici devono fare i loro conti…e credo che siano influenzati maggiormente dalle famiglie che possono concedersi poche spese…
I genitori sono stufi di comprare carta igienica, carta per asciugarsi le mani, sapone e carta per le fotocopie…e periodicamente fare la colletta per il toner della fotocopiatrice…
Per quanto riguarda le competenze digitali, facciamo attenzione, i bambini devono comunque imparare a scrivere con carta e penna, i pc sono sicuramente utili, ormai nelle scuole si usano quotidianamente LIM, e questo agevola molto gli insegnanti, che pero’ spesso sono aiutati dagli stessi ragazzi per l’utilizzo di questo strumento a loro poco conosciuto.
L’alternanza scuola-lavoro, da analizzare secondo me nei diversi indirizzi scolastici, avrà un senso quando ci saranno aziende che saranno in grado di ospitare i ragazzi… attualmente molto poche!


#7

Salve,
io sono disponibile per riflessioni sulle competenze digitali. Una via possibile, già in corso e da continuare, è la reciproca formazione (autoaggiornamento) tra docenti di una stessa scuola. L’utilizzo di aule virtuali con risorse filtrate da ogni docente può permettere un notevole risparmio di carta e inchiostro e rendere più facilmente condivisibile il lavoro di ognuno anche agli altri colleghi e alle altre colleghe di dipartimento.


#8

da mamma di un liceale, sono piuttosto contraria all’alternanza scuola-lavoro come è attualmente: sottrae tempo allo svolgimento dei programmi e della valutazione senza essere un’esperienza davvero valida (mio figlio ha bivaccato per una settimana nello studio di un avvocato senza alcun costrutto). Sarebbe molto meglio se le scuole fossero tenute a proporre stage lavorativi durante la pausa estiva, ai quali gli studenti aderirebbero volontariamente, scegliendone uno in sintonia con i loro interessi (quindi in modo motivato): anche per noi genitori sarebbe una benedizione vederli impegnati costruttivamente nei lunghi mesi senza didattica… allo stesso scopo le scuole potrebbero anche proporre, per lo stesso periodo, attività di volontariato ben strutturate. In questo modo la scuola “estiva” sarebbe educatrice in senso pie non solo didattico


#9

Ciao, condivido l’adesione volontaria dell’allievo/a alla proposta didattica.


#10

Da insegnante, sono completamente d’accordo. Purtroppo, è difficilissimo trovare enti o aziende disponibili ad ospitare studenti e studentesse nel periodo della pausa estiva. Il problema resta comunque il dettato della 107, che prevede 200 ore obbligatorie per tutti e tutte nei licei e 400 nei tecnici e professionali. Una follia!


#11

Ciao, avete sentito per l’immissione in ruolo di quest’anno che la Fedeli ha chiesto 25 mila posti e invece dal MEF pare usciranno solo 10 mila posti? Mi pare che una via Possibile sarebbe quella di fare proposte future di governo più attente alla scuola e meno alle spese militari, ad esempio. Che ne pensate?


#12

L’alternanza scuola lavoro per me è una boiata pazzesca! La scuola deve avere una funzione volta a promuovere la crescita culturale, lo sviluppo del senso critico, l’autonomia di pensiero e non l’acquisizione di una “abilità” pratica, con alcune parziali eccezioni . Questa considerazione, anche se volessimo attribuire una funzione utilitaristica alla scuola, è a maggior ragione valida oggi, dato che viviamo in un momento di alta variabilità e volatilità dei lavori per cui non sappiamo neanche bene quali saranno abilità pratiche necessarie tra 5 o 10 anni e solo l’acquisizione di capacità di studio e competenze allargate potrà garantire una forza lavoro capace di fornire contributi costruttivi ai cambiamenti che ci saranno. Però purtroppo (!) quel tipo di formazione prepara anche cittadini capaci di discernere e criticare invece di consumare ed obbedire :smirk:


#13

Ciao a tutti.
Concordo con gli interventi precedenti sul modo di fare scuola che dovrebbe appunto creare persone in grado di criticare e pensare e non automi che accettano incondizionatamente il mondo in cui vivono. In questo senso preferirei che ci fosse più libertà nell’insegnamento e piu apertura al dibattito e alla discussione.
Credo anche che ci sia bisogno di una modifica strutturale; credo che sia impensabile e scorretto ad esempio chiedere ai ragazzi a 13 anni cosa vogliono fare nella vita visto che la scelta delle superiori si fa a quell’età, in questo senso propongo un’estensione delle scuole medie a 5 anni e una riduzione delle superiori a 2 anni così da poter uscire da scuola un anno prima ed avere delle superiori più specialistiche sugli interessi individuali magari proprio come è stato detto dando la possibilità di scegliere i corsi che più si addicono alle preferenze di ognuno.
Ultimo punto secondo me è essenziale per garantire un eguale livello di istruzione e quindi più uguaglianza per il futuro estendere l’obbligo scolastico all’università e aumentare gli incentivi per fare riprendere corsi di studio a tutti quei lavoratori e/o disoccupati che per necessità o per motivi personali hanno abbandonato o non proseguito gli studi.
Scusate la lunghezza ditemi cosa ne pensate.


#14

Conseguire un innalzamento degli obiettivi minimi di apprendimento acquisisce un senso solo nel momento in cui riusciamo a definire cosa intendiamo per “obiettivi di apprendimento”. Credo che, per preparare le nuove generazioni alle sfide di oggi e di domani, la scuola debba passare dall’idea tradizionale di una scuola che “fornisce” cultura ed educazione a una scuola che “accompagna” un processo di educazione che avviene per altre innumerevoli vie. È necessario, a mio avviso, operare una sorta di “reality-check” e accettare l’idea che oggi, molto più di ieri, la scuola non ha il monopolio dell’istruzione. Il bambino, l’adolescente, il giovane si istruisce oggi in modo “autonomo”, ha a sua disposizione una quantità pressoché infinita di “luoghi” (per lo più virtuali) attraverso i quali acquisire conoscenza. Nell’era di wikipedia, non vi sembra che il ruolo dell’insegnante vada per lo meno rivisitato, se non radicalmente ridefinito? Non si tratta di essere disfattisti e lasciarsi andare a conclusioni apocalittiche per dire che la scuola non serve più a niente. Al contrario, si tratta di sottolineare quanto, oggi ancor più di ieri, in un mondo globale, complesso, fatto di tante verità, il ruolo della scuola deve ridefinirsi per accompagnare il giovane nelle sue scelte, quelle che ogni giorno aggiungono un mattone all’edificio della sua esistenza: la scelta delle fonti dalle quali attingere conoscenza, l’analisi critica e sistematica delle informazioni ricevute, la capacità di confrontare le proprie idee così generate, a quelle degli altri, di partecipare a un dibattito il cui fine non è tirar fuori LA verità, ma piuttosto riconoscere l’esistenza di diverse verità, tutte difendibili, tutte con la stessa legittimità a coesistere. In termini di “obiettivi di apprendimento”, si tratta di passare dall’acquisizione di conoscenze all’acquisizione di competenze, dalla “fornitura” di sapere e “saper fare” all’apprendimento del “saper essere”. Bisogna potersi emancipare dal modello educativo figlio della rivoluzione industriale, che categorizza i bambini secondo il loro anno di fabbricazione e sforna diplomati a condizioni che abbiano tutti uno stesso livello minimo di conoscenze. Oggi più che mai, abbiamo bisogno di potenziare i talenti individuali di ogni persona, oggi più che mai abbiamo bisogno di diversità, pluralismo, eccellenza. Credo fermamente che i bambini e i giovani dovrebbero essere accompagnati a sviluppare, ognuno il loro, personale potenziale, al loro ritmo senza eccessive costri(u)zioni esterne. Se la scuola non riesce a rilevare questa sfida, il rischio è che invece di far sbocciare le intelligenze, le si costringa in modo paradossale castrandone il potenziale. Il mondo di oggi, e il nostro Paese, non ha bisogno di questo. Diceva Maria Montessori: “l’allievo deve essere libero di sperimentare per conto proprio, perché solamente attraverso la libertà si possono favorire la creatività e altre doti presenti nella natura dei bambini. Attraverso questo processo, il metodo deve far emergere e far comprendere l’importanza della disciplina, dando agli allievi le risorse per imparare a regolarsi da soli e a seguire quando necessario le regole.” Lo ha detto agli inizi del Novecento, possibile che non si riesca in Italia, patria di Maria Montessori, a sviluppare un sistema ispirato ai suoi principi? Possibile che questo metodo resti appannaggio di rare scuole private, che solo poche elites straniere possono permettersi?


#15

Condivido con voi questo video. L’ho trovato molto ispirato.


#16

Il sociologo Marzio Barbagli insieme a Marcello Dei ed all’Istituto Cattaneo (istituto di ricerca sociologica) ha pubblicato nel lontano 1969 (solo due anni dopo la pubblicazione di “LETTERA AD UNA PROFESSORESSA” scritto dai ragazzi della Scuola di Barbiana, organizzata da don Milani,un saggio di ricerca sociologica sugli insegnanti della nuova scuola media che è diventato un classico della ricerca in questo campo specifico (Marzio Barbagli - Marcello Dei : "Le vestali della classe media " - Bologna - Il Mulino -1969 -pp 378 ) che ha confermato pienamente,già da allora, le intuizioni di don Milani e dei suoi ragazzi, cioè la presenza diffusa di atteggiamenti e comportamenti chiaramente classisti in molte insegnanti della scuola media dell’obbligo chiaramente incompatibili con la missione sociale e culturale della nuova scuola media unificata.
Come vedi,caro Riccardo, la questione è molto più antica e radicata di quanto possa sembrare a chi si fosse avvicinato a questo problema attraverso la lettura dell’articolo dell’Espresso o di "Tuttoscuola ". Tutte le ricerche che si sono succedute negli ultimi cinquant’anni da allora hanno confermato la sussistenza di questo problema che affligge la scuola italiana dalle origini. Tra i saggi più recenti usciti sull’argomento vorrei segnalare,oltre a quello di Raimo,quello di Roberto Contessi : “SCUOLA DI CLASSE” - Laterza- 2016
Qui il titolo è decisamente più esplicito e non lascia spazio ad equivoci; Tieni presente che entrambi gli autori sono docenti ancora in servizio , quindi non si tratta di “esperti” esterni alla scuola ma di persone che stanno ancora "in trincea "; l’autore di quest’ultimo saggio,Contessi è intervenuto recentemente su “Repubblica” , il 16-7-19 con un articolo molto incisivo dal titolo "Ma di questo disastro che cosa diciamo noi professori? " ; nel caso ti fosse sfuggito, ti riporto di seguito un inciso : …E’ sicuramente fallita la promessa di una formazione scolastica che mitigasse le disuguaglianze sociali, promessa elaborata con forza negli anni settanta, ma tale fallimento è sopratutto didattico (oltre che politico)…perché un metodo di insegnamento concepito per una scuola di élite, che utilizzava la bocciatura come strumento di selezione , è stato applicato ad una scuola di massa la quale,per definizione,non può usare la bocciatura se non come soluzione didattica estrema. Un metodo di insegnamento alternativo,però, non è stato mai introdotto (salvo lodevoli ma limitate eccezioni) in modo strutturale e generalizzato : questa è stata la denuncia di Tullio de Mauro a partire dagli anni settanta. Una scuola di massa che accetta (o tollera) un metodo adatto ad una scuola di élite è condannata a sfornare ragazzi i quali,se deboli all’iscrizione a scuola,rimangono deboli all’uscita cioè al diploma di maturità (se non abbandonano già al primo o al secondo anno, data la persistente alta percentuale di dispersione scolastica in questo ordine di scuola, largamente superiore alla media europea " … mi pare che non ci sia molto da eccepire a questo tipo di analisi, anche se sono cose note da decenni a tanti docenti e dirigenti "di coscienza "…